Jul
04
2010
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Sunday 04 July 2010 |
«Da 15 mesi locali inagibili e neppure un progetto». Il caso in un'interrogazione al ministro Alfano. «Tutti conoscono le condizioni inaccettabili in cui da 15 mesi sono costretti ad operare i magistrati, il personale di cancelleria, gli avvocati e gli utenti del tribunale di Chieti, ma nessuno ha mosso un dito per risolvere la situazione. Non spetta alla politica intervenire sugli aspetti organizzativi dell'amministrazione della giustizia pur essendo auspicabile che si trovino soluzioni, ma è un dovere evidenziare che la giustizia chietina rischia il collasso a causa dell'inagibilità parziale del tribunale». Lo denuncia il senatore del Partito democratico Giovanni Legnini, che assieme al deputato Lanfranco Tenaglia ha presentato un'interrogazione, depositata sia al Senato che alla Camera, rivolta al ministro della giustizia Angelino Alfano.
«Questa situazione ha provocato inevitabili disagi, affrontati finora con senso di responsabilità e sacrificio da parte di tutti gli operatori della giustizia» sottolinea Legnini, «ed è opportuno ricordare che non vi è stata alcuna interruzione del servizio prestato agli utenti e le udienze si sono tenute regolarmente, grazie all?organizzazione approntata dai vertici degli Uffici Giudiziari, di concerto con l'Avvocatura». Le condizioni di lavoro, sottolinea il senatore Pd, «sono però sempre più insopportabili, in particolare nell'immobile retrostante quello danneggiato, con spazi insufficienti allo svolgimento delle udienze e conseguenti gravi disagi per l'utenza. La soluzione individuata deve essere considerata provvisoria ed occorre provvedere con urgenza alla ristrutturazione e riqualificazione dell'immobile principale, mediante lo stanziamento di adeguate risorse economiche». Ma ad oggi, dopo 15 mesi dal sisma, «sembra che la Provincia di Chieti abbia provveduto soltanto ad approntare il progetto preliminare del recupero dell'edificio danneggiato mentre le risorse necessarie non risultano ancora stanziate. È necessario intervenire subito per evitare il collasso della giustizia chietina».
«L'emergenza del funzionamento del tribunale di Chieti è grave e va risolta nel più breve tempo possibile» sottolinea il deputato Lanfranco Tenaglia, «con un intervento che risolva i problemi legati ai danni agli immobili, dunque con finanziamenti sufficienti e tempestivi da parte del commissario alla ricostruzione. La giustizia a Chieti ha anche bisogno di profondi interventi organizzativi, che è auspicabile siano adottati dal presidente del tribunale con la collaborazione e il contributo fattivo di tutti gli operatori della giustizia».
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Jul
04
2010
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Sunday 04 July 2010 |
«Prosegue la nostra battaglia in aula, Pastore e Di Stefano hanno solo velocizzato l'imposizione della tassa. Diversi milioni di euro usciranno ogni anno dalle tasche degli abruzzesi per rimpolpare le casse dello Stato centrale. In barba al federalismo, ecco il primo atto concreto del centrodestra per l'Abruzzo. Gli abruzzesi devono ringraziare l'azione dei senatori Pastore e Di Stefano, che si sono attivati presso il ministero ottenendo un grande risultato: una nuova tassa. Gli abruzzesi sono i più penalizzati: pagheranno per uscire dall'area Pescara-Chieti, pagheranno per entrare nel raccordo anulare di Roma, e se dovranno andare a Fiumicino pagheranno una terza volta. Un salasso per chiunque viaggi anche per lavoro: fra asse attrezzato, raccordo anulare e aumento dei pedaggi, per andare a Roma -a prescindere che percorra o meno l'asse attrezzato o il raccordo- un automobilista pagherà 5 euro in più, un autotrasportatore 10-12 euro. E se dovesse andare a Fiumicino, l'aumento sarà fra i 7 e i 14-16 euro».
Quanto alle dichiarazioni di Pastore e Di Stefano su una loro "vittoria" presso l'Anas per evitare l'installazione dei caselli, Legnini sottolinea che «si tratta di una falsità: sono norme transitorie che danno all'Anas il potere di esigere il pedaggio all?uscita ed all'entrata dei caselli fino al 2011, prima cioè dell'istituzione dei nuovi caselli, e scritte nel decreto ben prima che i due senatori Pdl se ne accorgessero. Il loro intervento è servito solo ad accelerare la decisione di imporre una nuova tassa odiosa». A conti fatti, spiega il senatore Pd, «il governo Berlusconi aveva fretta di mettere le mani nelle tasche degli abruzzesi tanto da emanare il decreto prima che il provvedimento venisse discusso in Senato. Noi però non ci fermiamo: rafforzeremo la nostra battaglia in aula per cambiare il provvedimento alla radice, e salvare formalmente le strade a carattere urbano come appunto il nostro Asse attrezzato».
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Jun
21
2010
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Monday 21 June 2010 |
«La maggioranza di centrodestra ha approvato il bilancio di previsione del 2010 predisposto dalla giunta Ricci, compreso il programma delle opere pubbliche, senza sostanziali modifiche, se non limitate integrazioni. Non ha voluto ascoltare, però, la precisa richiesta delle opposizioni di modificare il bilancio pluriennale, prendendo atto del "salasso" finanziario contenuto nella manovra del Governo, approvata con D.L. 78 del 2010. Se la manovra non sarà modificata in Parlamento, come richiedono il PD e le altre opposizioni e tutti i Comuni italiani, il Comune di Chieti avrà minori trasferimenti per circa un milione di euro all'anno e forse anche più e ciò sulle spese correnti, che sono già fortemente compresse. Allo stato, pertanto, il bilancio approvato, relativamente agli anni 2011-2012, è puramente virtuale, poiché dovrà essere variato in tempi ristretti ed è facile immaginare che il Comune dovrà rinunciare a una parte degli investimenti o comprimere altre spese.
L'approvazione del Programma triennale delle opere pubbliche e del bilancio consente di mettere la parola fine alla pretestuosa polemica dell'attuale Amministrazione sull'indebitamento del Comune. I mutui si fanno per realizzare le opere pubbliche, quelle utili e necessari programmate dal centrosinistra. Se non vogliono fare i mutui, non possono realizzare gli investimenti che anche loro hanno approvato.
Si mettano d'accordo con loro stessi, evitando sterili polemiche sul passato. Oppure ricorrano ai "fondi sovrani arabi" per mettere in sicurezza le scuole e recuperare strade e fogne...».
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Jun
17
2010
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Thursday 17 June 2010 |
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Oggi l'incontro dei gruppi d'opposizione con i presidenti di Regione. Il senatore del Pd: «L'Abruzzo rischia una nuova emigrazione, Chiodi si accorge in ritardo del dramma». Roma, 16 giugno -
«Se la manovra pensata dal governo Berlusconi andrà in porto così com'è oggi, l'Abruzzo rischia la liquefazione e la liquidazione. È necessaria un'azione forte e unitaria per difendere l?Abruzzo». Lo denuncia il senatore del Partito democratico Giovanni Legnini, che questa mattina, assieme ai presidenti dei gruppi parlamentari d'opposizione, ha incontrato i presidenti delle Regioni guidate dall'emiliano Vasco Errani, in allarme per gli effetti della manovra.
«Alla manovra di Tremonti» dice Legnini «si aggiunge per la nostra regione l?enorme indebitamento accumulato dalla destra fra il 2000 ed il 2005, con il risultato che l'Abruzzo si fermerà. Ci saranno tagli al trasporto pubblico locale, all'edilizia sanitaria, e non ci saranno risorse per le famiglie, le imprese, la cultura, il turismo, gli enti locali. Non ci saranno fondi per il lavoro delle nuove generazioni, e ci sarà il taglio anche per il fondo Fas, stanziato già nel 2007 dal governo Prodi: i fondi vengono trasferiti alla Presidenza del Consiglio, rendendo incerti i tempi di quelli residui».
Una «situazione drammatica», dice Legnini, «di fronte alla quale Chiodi è rimasto in silenzio, e di cui si è accorto con enorme ritardo rispetto al grido d'allarme che abbiamo lanciato venti giorni fa. Oggi invece Errani, Formigoni, Polverini e altri presidenti di Regione ci hanno detto che se passa questa manovra, le Regioni si ridurranno al ruolo di grandi aziende sanitarie in barba al federalismo ed alle autonomie locali».
Per queste ragioni il Pd annuncia battaglia in Senato. «Chiederemo con forza di cambiare radicalmente marcia» annuncia Legnini, «perché la condizione dell'Abruzzo è fra le più critiche in Italia. La Regione è commissariata, indebitata e disidratata. Noi prendiamo atto della realtà: lo faccia anche la maggioranza, lo facciano anche i parlamentari abruzzesi del Pdl e apriamo un confronto vero e se sarà necessario una vertenza con il governo nazionale. Se questo non avverrà, la conseguenza sarà che la destra si ritroverà a governare una istituzione svuotata, e che gli abruzzesi torneranno ad emigrare come sta già avvenendo per le giovani generazioni».
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Jun
02
2010
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Wednesday 02 June 2010 |
da diversi anni che il dibattito politico e parlamentare sottolinea
l’esigenza di una modifica della disciplina delle intercettazioni
telefoniche, essendo venute in evidenza alcune criticità nel loro
utilizzo e nella loro diffusione. L’interesse di gran lunga prevalente,
che ha mosso gran parte delle forze politiche di entrambi gli
schieramenti, è stato quello della tutela della riservatezza delle
persone,molte volte violata anche in danno di chi non era indagato ed
era estraneo alle attività di indagini. L’unica vera istanza proveniente
da una parte della pubblica opinione era e rimane questa, l’esigenza
cioè di tutelare l’immagine, l’onorabilità, la privacy di chi,
legittimamente, abusivamente o casualmente captato nei colloqui
telefonici, si fosse ritrovato esposto alla dannosa pubblicità della
propria vita privata sui mezzi di comunicazione a grande diffusione.
Occorreva un intervento legislativo non semplice perché il diritto
costituzionalmente garantito alla tutela della vita privata e alla
libertà e segretezza delle comunicazioni (artt. 2 e 15 Costituzione)
vanno bilanciati con altri precetti, di eguale rango costituzionale,
quelli della libertà di stampa e del diritto di (e all’) informazione
(art. 21 Costituzione), dei principi dell’obbligatorietà dell’azione
penale (art. 112 Costituzione), del giusto processo (art. 111
Costituzione) e del dovere dello Stato di garantire ai cittadini la
sicurezza personale (art.117 Costituzione comma 2 lett.h).
L’auspicato intervento riformatore si è rivelato vieppiù complesso in
virtù della necessità di non derogare, attenuare o compromettere alcuni
dei suindicati principi a discapito di altri, non soltanto perché la
lesione di uno di essi si porrebbe in contrasto con la Carta
Costituzionale ma anche perché solo il loro integrale rispetto, da
attuare con un assetto normativo armonico, costituisce garanzia di
rispetto dei principi di democrazia, libertà, legalità e dei diritti dei
cittadini alla corretta e integrale informazione, alla sicurezza e al
rispetto dei loro diritti soggettivi individuali e collettivi.
L’intervento normativo si è rivelato ancor più difficile in presenza
delle note anomalie del sistema dell’informazione nel nostro Paese, del
rilevante tasso di criminalità organizzata e di reati contro la
pubblica amministrazione, della difficoltà in atto da molti anni nei
rapporti tra la magistratura inquirente e i titolari di funzioni
pubbliche elettive e non.
Ci provò il Governo Prodi nella passata legislatura con un suo DL, che
fu approvato dalla Camera dei Deputati quasi all’unanimità (con sette
astensioni) e con la convergenza dei gruppi dell’attuale maggioranza di
centrodestra, del nostro Gruppo e di quello dell’IDV, che realizzava
un accettabile equilibrio tra i valori e gli interessi in gioco.
Ci hanno provato diversi gruppi e singoli parlamentari in questa
legislatura con diversi DDL aventi un contenuto tra loro divergenti,
fino a quando l’attuale Governo ha deciso di presentare un suo DDL già
esaminato dalla Camera e oggi al nostro esame in seconda lettura.
Ricordo che il Gruppo del PD al Senato ha presentato due testi, quello
n. 932 a firma dei Senatori Casson, Finocchiaro ed altri, e quello n.
718 a firma dei senatori Della Monica ed altri di contenuto
sostanzialmente analogo. Le proposte del nostro Gruppo avevano
esattamente l’ambizione di affrontare e risolvere i problemi che ho
evidenziato all’inizio, relativi alla tutela della riservatezza delle
persone, all’eliminazione degli abusi nell’uso e nella diffusione delle
intercettazioni, salvaguardando appieno la libertà di stampa e il
diritto all’informazione, il pieno e corretto utilizzo di tale
importante strumento di ricerca della prova nell’azione di contrasto
alla criminalità comune e organizzata, alla responsabilizzazione in
capo ad un magistrato inquirente e al personale a ciò delegato
nell’obbligo di non diffondere le intercettazioni prima che esse
diventassero pubbliche sulla base delle regole processuali, della
distruzione e divieto di diffusione delle comunicazioni irrilevanti per
le indagini. Una linea di intervento chiara alla quale si è
contrapposto il DDL del Governo e della maggioranza , che ha portato
oggi qui all’esame dell’aula del Senato, dopo un lungo iter in 2a
Commissione, un impianto normativo inaccettabile e peggiorativo financo
del testo licenziato in prima lettura dalla Camera.
Riassumo i punti, ormai noti, che sono per noi inaccettabili e per
modificare i quali ci batteremo con determinazione con i nostri
emendamenti e con la forza dei nostri argomenti, che trovano un ampio
consenso nel Paese, nonché ricorrendo a tutti gli strumenti
regolamentari a nostra disposizione.
1 Innanzitutto vengono posti limiti e condizioni di ammissibilità delle
intercettazioni del tutto inaccettabili. L’art. 1 c. 10 rappresenta un
superamento solo apparente, ma non reale del richiamo agli evidenti
indizi di colpevolezza quale presupposto per l’autorizzazione delle
intercettazioni (ma anche delle videoriprese e dell’acquisizione di
tabulati). Di fatto si reintroduce tale improprio requisito di
legittimità in forma di presupposti individualizzanti (art.267, comma 1,
lettere b) e c)) e di parametro interpretativo alla cui stregua il
giudice deve valutare la sussistenza di gravi indizi di reato (cfr. il
richiamo agli artt. 192, commi 3 e 4 e 195 comma 7).
L’attribuzione al giudice collegiale del tribunale distrettuale della
competenza ad autorizzare le intercettazioni, determinerà non solo la
paralisi degli uffici giudiziari distrettuali ma paradossalmente
favorirà le fughe di notizie in violazione della privacy, in quanto gli
atti di indagine saranno messi a disposizione di un numero più esteso
di persone e dovranno “viaggiare” non poco per raggiungere la
destinazione. Inoltre, l’attribuzione al giudice collegiale della
competenza ad autorizzare le intercettazioni è chiaramente
asistematica, considerando che il giudice monocratico può disporre non
solo di misure cautelari personali, ma può anche irrogare un ergastolo,
in sede di rito abbreviato.
Ancora, la previsione dell’assenso scritto del Procuratore della
Repubblica quale condizione di ammissibilità della richiesta di
intercettazione da parte del pubblico ministero, con inevitabili
ricadute negative sulle indagini e sull’efficienza dell’amministrazione
della giustizia, costituisce un evidente ulteriore passo verso la
gerarchizzazione delle procure.
Altresì gravemente lesiva dell’azione investigativa è la prevista
limitazione temporale della durata delle operazioni captative (60 gg.
per i reati ordinari con massimo di 15 gg. di proroga in casa),
eccessivamente restrittiva e del tutto inadeguata alla complessità di
accertamento di taluni reati.
Altrettanto irragionevole appare il divieto di utilizzazione delle
intercettazioni in altri procedimenti – salvo riguardino reati efferati,
quali quelli distrettuali, quelli di pedopornografia o quelli di
criminalità organizzata - o anche nello stesso procedimento, qualora il
fatto sia diversamente qualificato e per esso non ricorrano i
presupposti per le intercettazioni.
Si consideri, altresì, che la (peraltro limitata) esclusione dei soli
reati distrettuali (si escludono dalla deroga persino i delitti di
criminalità organizzata di cui all’art. 407, c. 2, lett a c.p.p. o
quelli per cui l’arresto in flagranza è obbligatorio ex art. 380
c.p.p.) dalla disciplina dei limiti di durata e dei presupposti delle
intercettazioni (basterebbero i sufficienti indizi di reato) è del
tutto insufficiente, in quanto le intercettazioni per i reati satellite
(necessarie soprattutto all’inizio delle indagini) sarebbero comunque
precluse..
L’estensione (art. 266, c.p.p. come modificato dall’art. 1 comma 9
d.d.l.) a tutte le intercettazioni ambientali, a prescindere dal luogo
in cui si svolgano, del requisito della necessaria finalizzazione alla
osservazione dell’attività criminosa in corso (oggi previsto solo per
ambientali da svolgersi in luoghi di privata dimora), oltre a
depotenziare le attività di indagine, comporterà che non sarà mai
possibile ottenere autorizzazioni ad intercettazioni ambientali per
indagare su un reato già commesso, sia esso anche un omicidio o una
strage. Un’assurdità palese anche per un’altra ragione: l’A.G. indaga
per definizione sui reati già commessi, quasi mai per finalità di
prevenzione.
Un chiaro vulnus al principio di ragionevolezza deriva
dall’equiparazione alle intercettazioni, quanto al regime di
ammissibilità, dell’acquisizione dei dati di traffico telefonico o
telematico, che in quanto relativa ai soli dati “esterni” e non invece
al contenuto delle comunicazioni, non può in alcun modo essere assistita
dalle stesse garanzie né essere soggetta alle medesime limitazioni
previste per le intercettazioni (art. 1 comma 9) .
(La nuova disciplina rischia, peraltro, di violare il diritto alla
difesa di cui all’art. 24 Cost.) nella misura in cui, diversamente dalla
normativa attuale (art. 132, comma 3, codice in materia di protezione
dei dati personali, di cui al d. lgs. 196 (2003 e succ. mod.), impedisce
alle parti private di richiedere al fornitore, in taluni casi, anche
in virtù del decreto motivato del pubblico ministero, l’acquisizione di
tabulati utili alla dimostrazione della fondatezza della propria tesi
difensiva).
La disposizione, volta a sanzionare con la reclusione da 6 mesi a 4
anni, l’utilizzo (in assenza del consenso dell’interessato) di
registrazioni (effettuate fraudolentemente) di conversazioni alle quali
l’autore abbia partecipato o sia stato presente (emendamento cosiddetto
D’Addario), priva i cittadini della stessa possibilità della tutela
giurisdizionale dei diritti, in violazione dell’art. 24 Cost., in quanto
consente di utilizzare le suddette registrazioni solo “nell’ambito”
di procedimenti giurisdizionali e non anche nelle fasi precedenti,
quando cioè si debbano acquisire prove per denunciare, ad es. un
estorsore o uno stalker.
Nel contesto delle innovazioni sopra ricordate, particolare
preoccupazione destano la procedura di ammissione, i limiti temporali
di durata e la quasi soppressione di fatto delle intercettazioni
ambientali. L’attribuzione al Tribunale del capoluogo di distretto in
composizione collegiale, del potere autorizzatorio, seppur differito di
un anno, implicherà un accrescimento di incombenze burocratiche e di
passaggi procedimentali (che già si verificheranno per applicare altre
condivisibili disposizioni, quali quelle relative alla gestione della
riservatezza delle registrazioni e alla tenuta dei registri) di enormi
proporzioni.
L’autorizzazione all’utilizzo dello strumento di indagine delle
intercettazioni, dovrà essere scritta e motivata dal P.M., condiviso e
sottoscritto dal Capo dell’Ufficio, inviato unitamente all’intero
fascicolo delle indagini al Tribunale competente, a volte distante
centinaia di chilometri, con dispendio di risorse e di tempo per il
personale; dovrà essere esaminata da un collegio dopo tutte le
registrazioni di rito negli uffici, dovrà essere nuovamente
trasportato alla Procura richiedente e così per le successive proroghe
degli esigui termini di durata previsti. Un numero incalcolabile di
magistrati inquirenti e giudicanti, di personale delle cancellerie e
coadiuvanti, autisti etc. maneggerà le richieste e i fascicoli, li
trasporterà, li depositerà occupando un tempo di lavoro enorme, e
rendendo oggettivamente concreto il rischio della violazione del
segreto, con la paradossale conseguenza che la tutela della riservatezza
sarà più a rischio in futuro rispetto alla disciplina vigente. Il tutto
per attuare un principio di controllo ex ante delle condizioni di
ammissibilità che sarebbe molto più semplicemente conseguibile con altre
più ragionevoli misure. Relativamente alla previsione della ristretta
durata delle attività di indagine, per rimediare ad un’estensione a
volte irragionevole e costosa delle operazioni captative, si
introducono limitazioni temporali inaccettabimente brevi che di certo
non coincideranno con la tempistica imprevedibile nella commissione
dei reati, rendendo così le indagini casuali o inefficaci. Che cosa
succederà se le attività criminose si consumeranno dopo l’ora X di
scadenza della possibilità di intercettare, è facile immaginarlo.
Così come è facile prevedere che con i sofisticati sistemi a
disposizione della criminalità, i tempi di commissione dei delitti
saranno parametrati ai rischi di essere intercettati o meno entro i
limiti temporali prefissati autolesionisticamente dal legislatore. E
non si dica che tali rischi non valgono per i reati di mafia e
terrorismo. Costituisce un dato notorio che durante le indagini si
perviene all’individuazione delle attività illecite proprie della
criminalità organizzata attraverso l’accertamento di reati comuni ,
quali le estorsioni, l’usura, le truffe, il traffico di stupefacenti
etc. Comprimere in misura così vistosa le indagini su tali reati ,
significa fare un regalo alle bande criminali organizzate.
Risibile, se non fosse che si tratta di questione molto seria, è la
soluzione adottata per limitare le intercettazioni ambientali, uno
strumento di indagine molte volte prezioso e risolutivo per
l’accertamento di reati gravi. Subordinare il ricorso a tale strumento
di indagine alla condizione che nel luogo si sta commettendo un reato,
significa annullare di fatto la possibilità di disporre intercettazioni
ambientali.
2 -Particolarmente gravi sono le disposizioni che riguardano la libertà
di stampa e il diritto dei cittadini all’informazione
Sul punto cruciale relativo alla libertà di informazione, la prima
significativa limitazione del diritto di cronaca deriva
dall’inasprimento delle pene per la rivelazione illecita di atti coperti
da segreto (art. 1, c. 26, con un massimo di sei anni di reclusione) o
per la pubblicazione arbitraria di atti processuali (con la previsione
dell’arresto fino a 30 giorni – già oggi previsto- o dell’ammenda fino a
5.000 euro, 10.000 nel caso di pubblicazione di intercettazioni,
tabulati, video-riprese) nonché dall’estensione della responsabilità da
reato dagli enti (in particolare i giornali) ai sensi del d. lgs.
231/2001, che possono giungere fino a 464.000 euro, limite massimo che
la maggioranza propone di ridurre con apposito emendamento dopo le
proteste degli editori. Ma la modifica più significativa nel testo
licenziato dalla Commissione riguarda la disposizione di cui all’art.1
c.5, che precludeva finanche la pubblicazione per riassunto (o nel
contenuto: v. abrogazione art. 114, c. 7 c.p.p.) degli atti di
indagine, ancorché non più coperti da segreto, fino alla conclusione
delle indagini o al termine dell’udienza preliminare. Tale vulnus del
diritto di e all’informazione era peraltro aggravato dal divieto di
cui all’art. 1, comma 5, cpv. “2-ter” , della pubblicazione anche per
riassunto o nel contenuto, delle richieste e ordinanze emesse in
materia di misure cautelari, della documentazione e degli atti relativi
ad operazioni captative anche laddove non sussista il segreto
investigativo, così precludendo totalmente la cronaca giudiziaria
relativamente a fatti di interesse pubblico. A fronte della gravità e
abnormità di tali disposizioni e dopo la generalizzata protesta della
stampa italiana, la maggioranza si è orientata a tornare, con una delle
proposte emendative presentate, al testo della Camera ‘consentendo’ la
pubblicazione per riassunto, il che attenua ma non elimina la grave
lesione alla libertà di stampa.
I suddetti divieti appaiono tanto più incompatibili con gli artt. 21
Cost. E 10 CEDU, ove si consideri il rilevante inasprimento
sanzionatorio previsto dal disegno di legge per i reati in materia di
pubblicazione degli atti, che rischia di inibire del tutto la libertà
di stampa e quindi di privare i cittadini del diritto a ricevere
informazioni su fatti di rilievo generale.
Ove poi si consideri che tale rilevante inasprimento sanzionatorio non è
neppure riferito a condotte lesive della privacy delle parti
processuali o dei terzi estranei alle indagini, ben si comprende come
questa scelta non possa in alcun modo giustificarsi neppure in ragione
dell’esigenza di tutelare beni giuridici di rilievo costituzionale, ma
appaia nettamente in contrasto con gli artt. 21 Cost. e 10 della
Convenzione europea dei diritti umani e funzionale soltanto a privare i
cittadini del diritto di e all’informazione.
Ciò è peraltro asseverato dalla previsione , di cui all’articolo 1,
comma 8, della sospensione obbligatoria (anche) del giornalista dalla
professione, in ragione della sua iscrizione nel registro degli
indagati per violazione del divieto di pubblicazione, qualora l’organo
titolare del potere disciplinare ravvisi elementi di responsabilità e
ritenga il fatto grave (art. 115, co. 2, c.p.p., modificato dall’art. 1,
co. 8, ddl). Norma, questa, che viola la presunzione di innocenza e
rischia peraltro di avere un effetto deterrente rispetto al diritto di
cronaca.
2 Altre disposizioni molto discutibili sono quelle relative alle
intercettazioni indirette e casuali a carico dei parlamentari e loro
collaboratori, alla speciale disciplina prevista per gli agenti dei
servizi, all’introduzione dell’astensione obbligatoria del Giudice e
sostituzione del P.M. che abbiano pubblicamente rilasciato
dichiarazioni concernenti il procedimento affidatogli, alla fissazione
di tetti di spesa per le intercettazioni ripartiti tra il livello
nazionale, distrettuale e circondariale e altre disposizioni minori.
Alle gravi preoccupazioni espresse da noi e provenienti dal Paese, la
maggioranza e il Governo hanno tentato di porre rimedio con gli
emendamenti depositati nei giorni scorsi in vista dell’avvio della
discussione in Aula. Senonché, alle limitate e insufficienti proposte
in senso migliorativo del testo licenziato dalla Commissione, quasi del
tutto coincidenti con il ripristino del testo approvato in prima lettura
alla Camera, si è aggiunta una disposizione, quella relativa alla
riscrittura delle disposizioni transitoria, che rischia, se approvata,
di far saltare o nella migliore delle ipotesi aggravare un numero non
quantificabile di procedimenti pendenti. Infatti, sulla base di detto
emendamento, gran parte delle ”novelle” recate nel testo in discussione
si applicano anche ai procedimenti pendenti, quindi a tutti i
procedimenti. Quale impatto avranno ad esempio le disposizioni
sull’astensione obbligatoria di Giudici e P.M., il nuovo regime di
utilizzabilità delle intercettazioni, la durata delle stesse, oltre i
limiti previsti nel testo, sui provvedimenti ancora in fase di indagine
o udienza preliminare o dibattimentale?
È facile immaginare la carica demolitrice di tale abnorme
diposizione, contrastante, come mai avvenuto prima, con il principio
del tempus regit actum in un numero enorme di procedimenti, compresi
quelli di più stringente attualità relativi a diffusi fenomeni di
corruzione che tanto sconcerto hanno determinato nell’opinione
pubblica.
E quali effetti produrranno le norme restrittive del diritto di cronaca
sugli atti già resi pubblici o disponibili ai difensori delle parti?
Dunque, il testo e gi emendamenti che la maggioranza e il Governo
chiedono a quest’Aula di approvare in questi giorni, costituiscono un
pasticcio normativo, con disposizioni confuse e dannose, che castrano
irrimediabilmente i più efficaci strumenti di indagine, che
affievoliscono in modo inaccettabile il diritto all’informazione come
mai era avvenuto nella nostra storia repubblicana, che oggettivante
renderanno più agevole delinquere e più difficile scoprire e perseguire
chi delinque.
Si voleva accrescere la tutela e il rispetto della riservatezza delle
persone e noi eravamo e siamo d’accordo. Ma sarà davvero così con i
viaggi da fare per ottenere le autorizzazioni, la moltiplicazione degli
occhi e delle mani sui fascicoli segreti delle indagini, la pur fondata
esigenza di distruggere le intercettazioni irrilevanti entro tempo
ristretti che determinerà la necessità di una loro selezione e quindi
visione o ascolto alla presenza dei difensori?
E chi garantirà la correttezza del riassunto da pubblicare, la sua
lunghezza, la sua idoneità a riferire la completezza dei fatti anche
nell’interesse degli indagati?
E che cosa ne sarà di questa nuova categoria di atti che in virtù
delle disposizioni processuali sarà pubblica ma non sarà pubblicabile
sulla stampa? Quali saranno le nuove modalità diffusive di
informazioni non pubblicabili ma di enorme interesse per l’opinione
pubblica? E che succederà quando tali atti pubblici ma non
pubblicabili saranno pubblicati dalla stampa straniera? Dovremo andare
all’estero per esser informati sui fatti del nostro Paese o potremo
utilizzare i moderni strumenti telematici, internet, per attingere
informazioni dall’estero e per rimediare al divieto di pubblicazione
in Italia, sanzionato con il carcere?
E che ne sarà delle indagini nelle quali si scoprirà, magari a
distanza di anni, che il delitto fu consumato il primo o il centesimo
giorno successivo alla cessazione della possibilità di proseguire
nelle intercettazioni?
E quali saranno i prezzi che dovremo pagare in termini di sicurezza e
di tutela delle vittime dei reati, quando fra alcuni anni avremo
contezza del fatto che imputati di estorsioni o usura in realtà
appartenevano alle molte mafie del nostro Paese ma ciò non fu possibile
accertarlo?
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May
16
2010
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Sunday 16 May 2010 |
«Il presidente Chiodi e l'assessore Venturoni abbiano l'onestà intellettuale di riconoscere un dato inoppugnabile, che noi e solo noi ripetiamo da mesi: la passata giunta regionale di centrosinistra ha scritto un rigoroso ed efficace piano di rientro dall'enorme debito sanitario accumulato dal centrodestra fra il 2000 ed il 2005. La verità storica è sempre dovuta per chi esercita una funzione pubblica e soprattutto necessaria come insegnamento per il futuro. Avendo partecipato a numerosi incontri con i tecnici dei Ministeri dell'Economia e della Salute, sono testimone della sofferenza e del coraggio degli amministratori regionali dell'epoca con in testa l'assessore Bernardo Mazzocca che, primi in Italia, definirono un programma per ridurre il deficit e il debito e garantire maggiore razionalità ed efficienza al Servizio sanitario regionale. Quel piano definì nel 2007 con il Governo Prodi nelle persone dei ministri Livia Turco e Tommaso Padoa-Schioppa: un piano di rientro avversato anche dal centrodestra con critiche, contestazioni e scetticismo, che però oggi sta dando i frutti allora individuati e di cui altri pretendono di attribuirsi il merito. Il piano era di durata triennale e quindi si poneva l'obiettivo di eliminare o ridurre le addizionali Irpef e Irap a carico delle famiglie e delle imprese entro il 2010. L'attuale governo regionale, che non ha cambiato neppure una virgola di quel piano, doveva solo percorrere la strada tracciata da chi lo ha preceduto. Questo e solo questo ha fatto, perché a ciò era obbligato dalla legge e dall'accordo con il Governo: ciò che deve interessare gli abruzzesi è che cosa si farà per il futuro, al di là delle autocelebrazioni per meriti di altri. L'Abruzzo ha l'urgente necessità di ridurre l'Irpef e l'Irap eliminando le addizionali,visto che in 15 anni è passato dall'esenzione totale dalle imposte e contributi, riservata alle aree ex Mezzogiorno, ad un livello di tassazione superiore a quello delle regioni di centro-nord, il che costituisce un insopportabile svantaggio competitivo che rallenta lo sviluppo e incide sul tasso di occupazione. Ad oggi non abbiamo ascoltato alcuna seria proposta al riguardo, se non buone intenzioni, mai accompagnate da decisioni concrete. Poiché chi governa non provvede, da opposizione responsabile, ci faremo carico noi fin dai prossimi giorni di avanzare una proposta per ridurre la tassazione».
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Mar
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2010
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Tuesday 30 March 2010 |
«Il centrodestra ha vinto con un risultato largo ed il centrosinistra ha perso in modo netto. A Umberto Di Primio, neo Sindaco di Chieti, vanno i miei auguri di buon lavoro nell'interesse della città che vive un momento molto difficile.
A Francesco Ricci, un ringraziamento sincero per il grande e generoso lavoro di questi anni attuato con onestà e tra mille difficoltà, così come un forte ringraziamento va a tutti i nostri candidati eletti e non.
Si conferma a Chieti che l'arbitro degli esiti elettorali è il voto che raccolgono le formazioni centriste, l'Udc e le liste civiche che si collocano attorno al 25%.
Queste forze, che in parte erano a noi alleate 5 anni fa e che in questa fase storica hanno scelto il centrodestra su base provinciale e regionale, e le altre che sostenevano il Sindaco, compongono un'alleanza molto larga ed eterogenea che ha raccolto e sommato molti consensi e che adesso dovrà dimostrare di saper essere squadra di governo della città, come hanno indicato gli elettori, senza volgere lo sguardo ad un passato buio della città.
Il centrosinistra esce a testa alta da un'esperienza amministrativa che, pur con ritardi ed errori che gli elettori hanno punito, ha prodotto molti frutti ed altri ancora ne produrrà nel prossimo futuro.
Ricominciamo dall'opposizione, con la consapevolezza della misura della sconfitta e con la determinazione di continuare a servire i cittadini con la stessa passione di sempre. »
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Feb
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2010
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Tuesday 16 February 2010 |
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"Si faccia immediatamente chiarezza sull'atteggiamento deprecabile di alcuni imprenditori che, dopo il tragico terremoto del 6 aprile in Abruzzo, hanno pensato in modo cinico solo agli affari, e sugli altri preoccupanti elementi che stanno emergendo dall'indagine sulla Protezione civile". Lo dichiara il senatore abruzzese del Pd Giovanni Legnini che ha annunciato un'interrogazione urgente ai ministri competenti.
"In particolare - spiega - dagli atti d'indagine risulterebbe che Angelo Balducci si sia adoperato affinché Diego Anemone entrasse nella gestione dei lavori di ricostruzione e, inoltre, che il fratello del dirigente del Progetto Case Abruzzo, Giammichele Calvi, abbia rilevato un'azienda di Tarantini, notizie che se confermate comproverebbero un quadro preoccupante dei rapporti tra i responsabili della protezione civile e imprenditori desiderosi solo di concludere affari".
"Alla luce di tali elementi - conclude Legnini - è necessario che si faccia al più presto chiarezza anche in Parlamento su come la Protezione Civile ha gestito gli interventi di ricostruzione, gli appalti per la realizzazione del piano C.A.S.E e sulle modalità di affidamento dei lavori fino ad ora eseguiti. Questo anche nell'interesse della Protezione civile e di Bertolaso che hanno svolto un buon lavoro in Abruzzo, e di tutti i cittadini abruzzesi e del Paese che hanno il sacrosanto diritto di sapere come vengono gestite le risorse stanziate per far fronte alle emergenze."
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Nov
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2009
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Monday 02 November 2009 |
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«Finalmente qualcuno del centrodestra avverte il dovere di fare qualcosa per il Teatro Marrucino. Un’iniziativa con la qual sostanzialmente si ammette tardivamente l’inerzia e l’inadempienza della Regione che pure aveva tentato una goffa giustificazione con una conferenza stampa in pompa magna qualche settimana fa, dopo la nostra denuncia. Stupisce che un preciso obbligo della Regione venga fatto oggetto di un tentativo di attività propagandistica. Nessuno di noi ,quando la Regione fino a in anno fa erogava i finanziamenti dovuti e anche di più di quelli del passato (1.150 milioni per l’anno 2005, 1.140 milioni per il 2006, 1.120 milioni per il 2007, 1.340milioni per il 2008, ai quali vanno sommati ulteriori 1.550 milioni nel 2007 e nel 2008 per il finanziamento del progetto “Rete per lo spettacolo”), si permise di fare propaganda. Il denaro è pubblico ed è destinato alla cultura, non a sostenere la corsa elettorale di qualcuno. È triste altresì vedere come qualche artista, che peraltro non ha nessun rapporto con il teatro, si presti ad incursioni politiche di tal genere. Non è commentabile infine il presagio dell’imminente cambio dell’amministrazione a Chieti, decisione che spetta agli elettori e non al Sen. Di Stefano, dal quale mi aspetterei un maggior senso delle istituzioni. La Regione si sbrighi a stanziare i soldi che spettano al Teatro altrimenti l’attività lirica non potrà riprendere e ciascuno faccia il suo dovere con sobrietà e rispetto per il Teatro e per chi ci lavora e per gli elettori. »
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Oct
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2009
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Friday 30 October 2009 |
Una misura che interessa circa 180 Comuni abruzzesi per importanti servizi sociali
"Abbiamo salvato importanti servizi nei piccoli Comuni, un risultato importante per tante amministrazioni abruzzesi". Lo afferma il senatore del Pd Giovanni Legnini dopo che la commissione Bilancio ha approvato un emendamento da lui presentato per i finanziamenti ai piccoli Comuni e a quelli montani."Si tratta - spiega - di circa 200 milioni di euro che erano stati destinati con la Finanziaria del 2007 per interventi di natura sociale e socio-assistenziale per i Comuni sotto i 5 mila abitanti e per quelli montani per i quali il rapporto anziani ultrasessantacinquenni - popolazione è superiore al 30% e bambini- popolazione superiore al 4,5%"."Il governo - aggiunge - con l'ultima Finanziaria aveva eliminato tale contributo che in questi anni aveva consentito, su un totale di circa 2 mila assegnatari, ai 149 Comuni abruzzesi destinatari per finalità legate agli anziani e ai 31 per quelle destinate ai bambini di garantire alcuni importanti servizi aggiuntivi". "Con l'emendamento approvato - conclude Legnini - il contributo viene ripristinato per il prossimo triennio, un intervento che la maggioranza ha dovuto riconoscere come indispensabile poiché la soppressione di tale contributo sarebbe stato un duro colpo per i piccoli Comuni del tutto insopportabile in un momento di grave crisi economica e sociale come quello che stiamo vivendo".
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