Intervento in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Giudiziario del Consiglio Nazionale Forense (09/02/2018)

CNF - 09 Febbraio 2018

Signor Presidente della Repubblica,

Presidente Mascherin,

Autorità,

Signori avvocati,

Il ruolo primario ed essenziale dell’Avvocatura tra gli attori della giurisdizione va ormai manifestandosi in misura crescente ed evidente. Al suo rafforzamento ha significativamente contribuito lo sviluppo di una virtuosa integrazione del ceto forense con la magistratura quale potere ordine diffuso, con il Consiglio Superiore, con i vertici della giurisdizione.

Il Consiglio Nazionale Forense ha inteso fortemente perseguire tale obiettivo e di questo  ringrazio il Presidente Mascherin e tutto il Consiglio Nazionale.

I nuovi scenari di collaborazione, sempre fondati sulla consapevolezza reciproca di ruoli distinti e complementari, furono aperti, lo ha ricordato il Presidente Mascherin, con la sottoscrizione del protocollo di intesa tra  il Consiglio  Superiore e  il C.N.F. nel luglio del 2016. Fu quella una seduta del Plenum alla quale, per la prima volta, prese parte il vostro Presidente. Appariva  già allora chiaro che il valore della  collaborazione non fosse orientata genericamente; al contrario, muoveva dalla precisa individuazione e piena condivisione degli spazi in cui integrare i saperi, le competenze e le prerogative: il terreno delle riforme del sistema di giustizia, dell’organizzazione giudiziaria, del processo civile e penale, con particolare riguardo allo sviluppo del processo telematico. Tale percorso fu intrapreso anche cogliendo gli spazi di estesa collaborazione,  sia della magistratura che dell'avvocatura, con il Ministro della Giustizia, che intendo qui tornare a ringraziare, come ho già avuto modo di fare in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario avanti l'Assemblea Generale della Suprema Corte di Cassazione.

Il frutto più maturo di questa collaborazione su basi paritetiche, è stato colto in occasione della circolare sulle tabelle di organizzazione degli uffici giudicanti. Un determinante passo in avanti rappresentato dal progressivo coinvolgimento del ceto forense nell'iter di formazione dei progetti tabellari. Si è trattato, infatti, di un vero e proprio mutamento di prospettiva.  Si è potuto cogliere, così, il nuovo ruolo assunto dai Presidenti dei Consigli dell’Ordine, quali interlocutori attivi e costanti dei Capi degli Uffici in tutte le fasi di elaborazione delle soluzioni organizzative degli uffici giudicanti.

Il CSM e il CNF hanno poi individuato e concretizzato  tre  ulteriori obiettivi capaci di accelerare lo sviluppo di specifici modelli organizzativi. Mi riferisco al Protocollo di intesa in materia di patrocinio a spese dello Stato nei procedimenti di protezione internazionale e di asilo; alle linee guida in tema di esame preliminare degli atti introduttivi delle impugnazioni e delle tecniche di redazione dei provvedimenti; infine, alle direttrici elaborate in materia di consulenza sulle responsabilità nell’esercizio delle funzioni sanitarie. Tutti campi nei quali maggiormente si avvertono i venti di un profondo cambiamento delle discipline giuridiche di riferimento e vengono in gioco i diritti fondamentali delle persone.

Ma l'avvocatura è stata capace, in questi anni, di spingersi anche oltre il tradizionale ruolo nel rito e nella difesa dei diritti fondamentali, provando ad incidere in profondità sul terreno delle riforme ordinamentali.  E il  CSM  è stato testimone  di questa evoluzione positiva, a sua volta  contribuendovi,  con l'intento di favorire  una proiezione ampia e profonda della essenziale funzione dell’avvocatura nella giurisdizione.

Cito, ancora, il contributo  che potrà essere offerto nelle iniziative consiliari  gia avviate relative al delicato ambito dei reati di genere, nel rapporto tra comunicazione e processo, nell’analisi dei rimedi agli ingenti flussi di gravame che perturbano i numeri del processo d’appello e del giudizio di legittimità presso la Suprema Corte di Cassazione.

Siamo in presenza, dunque, di un metodo che in questi anni è andato affermandosi per riformare e migliorare il nostro sistema giudiziario: il confronto e il dialogo circolare tra il Ministro della Giustizia, il CSM e l'Avvocatura.

Gli effetti di tale metodo sull'efficacia delle riforme e l'introduzione di virtuosi modelli organizzativi , sono destinati a dispiegarsi appieno e a produrre risultati ancora più rilevanti, ne sono pienamente convinto,  soltanto mantenendo tali rapporti nel tempo. Ecco, ancora una volta, emergere l'esigenza forte dei principi di continuità e stabilità di cui parlava Leopoldo Elia, ormai più di sessant'anni fa, tratteggiandone i contorni ed il peso nelle delicate fasi di transizione.

D'altronde, questi passi congiunti non possono risultare sporadici o solo legati alle inclinazioni delle persone che interpretano pro tempore i ruoli di vertice delle istituzioni.  E ciò rileva anche nei rapporti con la Suprema Corte di Cassazione, il cui sviluppo ha consentito di rinsaldare  comuni iniziative volte ad alleviare i mali dei nostri processi.

Mi riferisco, ad esempio, alla notevole rilevanza dello sviluppo dei principi di brevità, concisione e sinteticità degli atti processuali. E questo grazie alla costante opera di collaborazione dei Presidenti Alpa e Mascherin, prima con il compianto Presidente Santacroce e poi con il Presidente Giovanni Canzio.

Certamente, questi proficui spazi di convergenza troveranno vitale continuità sotto la guida del Presidente Mammone.

Un ulteriore snodo dirimente - non privo di valenza simbolica oltre che pratica per l’ordinamento giudiziario -  è poi rappresentato dal concorso dell’Avvocatura nei Consigli giudiziari, nell’ambito dei procedimenti tipici, quelli previsti dall'art. 105 della Costituzione, relativi  al governo autonomo della magistratura.

Si tratta, come è noto, di questione assai complessa, che involge anche divergenti concezioni circa la posizione dell’Avvocatura nelle articolazioni territoriali del sistema di autogoverno.

È innegabile che le principali ritrosie a conferire diritto di voto ai rappresentanti dell’Avvocatura nei Consigli giudiziari si addensano sulla prospettiva di assegnare all’avvocatura un’incidenza, sia pure indiretta, su procedimenti riguardanti l’operato dei magistrati. Mi riferisco, ad esempio, alle valutazioni di professionalità o alla fase prodromica del conferimento degli incarichi direttivi.

Si tratta di  temi  ordinamentali molto rilevanti sui quali non siamo riusciti a raggiungere risultati pienamente condivisi. Quel che rileva, tuttavia, è che questo dibattito è entrato nel vivo e ha coinvolto il Consiglio Superiore  in profondità, evidenziando una pluralità di orientamenti e soluzioni. Il legislatore potrà, se del caso, tenerne conto,  con la consapevolezza che non è questo un terreno su cui agire in modo rigido e poco meditato.

Viviamo fasi assai convulse in cui operare immersi nella sensibilità collettiva e sociale consente di percepire il riproporsi di antiche questioni e il configurarsi di nuove, lancinanti emergenze.

Le crescenti aspettative nei confronti del sistema giudiziario si rivolgono certo nei confronti della magistratura ma anche, in misura non certo minore, sulla funzione dell'avvocatura.  Dal rapporto annuale sull'avvocatura realizzato lo scorso anno dal CENSIS, si ricava , tra i molti dati interessanti, che il 43% dei cittadini italiani attribuisce agli avvocati un ruolo attivo nel risolvere il problema della durata eccessiva dei procedimenti giudiziari.  Anche agli occhi dei cittadini, dunque,  gli avvocati sono parte essenziale per il miglior funzionamento del sistema giudiziario. Se prevarrà la delusione a fronte della crescente  domanda di giustizia che spesso rappresenta l'ultima risorsa a disposizione di molte persone - in particolare le più  indifese -  il rischio di una delegittimazione  delle istituzioni giudiziarie si farà  ancor più elevato. E' questa la ragione per la quale l'efficacia e  la tempestività della risposta giudiziaria e quindi  l'effettività della tutela dei diritti e del contrasto ad ogni forma di criminalità, non è problematica settoriale; ma si fa questione democratica. La feconda collaborazione di questi anni dovrà, dunque,  rinsaldare la fiducia nei confronti delle istituzioni democratiche. Quella fiducia che rischia di essere compromessa anche da diffusi, preoccupanti fenomeni di degrado morale che  vedono coinvolti - è cronaca di questi giorni - anche magistrati ed avvocati.

Non basta la  pur necessaria condanna di gravissimi comportamenti illeciti e il rigoroso esercizio delle azioni disciplinari.  Occorre invece che quella virtuosa collaborazione tra Magistratura ed Avvocatura  si faccia volano dei valori della legalità, della giustizia e della democrazia, come sta già avvenendo  ad esempio con le iniziative di diffusione della cultura della legalità nelle scuole in cui siamo impegnati, fianco a fianco. Ed occorre che si assuma il coraggio della denuncia laddove si manifestano evidenti comportamenti opachi   e  sospette reti di relazioni capaci di compromettere trasparenti rapporti  professionali e di collaborazione.

È già accaduto, nella storia del nostro Paese, che valorosi avvocati e magistrati si siano spesi, anche a costo di immani sacrifici, per difendere i valori di libertà e giustizia. E ciò accadde durante il ventennio fascista. Ricade quest'anno l'ottantesimo anniversario delle infauste leggi razziali. Abbiamo tutti praticato il ricordo di quel punto di frattura della nostra civiltà giuridica, di fronte al quale dobbiamo rimanere consapevoli e guardinghi specie tenendo conto di un clima gravido di implicazioni drammatiche, tendenze emulative, pericolose torsioni criminali.

In altra sede, ho annunciato l’intento del Consiglio Superiore di approfondire la ricerca storica sui magistrati che si opposero allo scempio normativo del 1938. Propongo di promuovere un'iniziativa congiunta per meglio analizzare l’apporto di resistenza e reazione che una parte dell’Avvocatura  e della magistratura seppero offrire, in quella drammatica contingenza storica. È noto, infatti, che una lunga e nobile linea di congiunzione unisce grandi personalità dell’avvocatura e alcuni coraggiosi magistrati che seppero essere protagonisti nell’Antifascismo militante, nella Resistenza, e poi nei lavori dell’Assemblea Costituente. Anche così potremmo fornire un forte segnale  sulla comune cultura dei diritti e delle libertà fondamentali e su quegli stessi  principi democratici che il regime fascista iniziò a negare proprio limitando l'indipendenza della magistratura e la libertà dell'avvocatura.

La stessa comune cultura dei diritti e delle libertà fondamentali ci consente, inoltre, di sollevare lo sguardo alla dimensione europea.  La prospettiva sovranazionale della giustizia e dell’organizzazione giudiziaria, infatti, va trasformando il volto delle giurisdizioni nazionali e incide non poco sulla correlativa trasformazione delle funzioni e della cultura del ceto forense.

È anche la forza delle garanzie giurisdizionali multilivello a spingere affinché il sodalizio tra avvocatura e ordine giudiziario si apra a nuovi scenari e costituisca l’antidoto contro l’avvertito recedere delle garanzie sociali, procedimentali e di rito che si lamenta in alcune parti del continente europeo.

Si avverte, infatti, il rischio che alcune emergenze ripropongano la compressione del diritto inviolabile alla difesa; le minacce striscianti verso la manifestazione del pensiero e la libertà di espressione; e ancora, il declinare delle garanzie processuali di fonte a travolgenti fenomeni di massa come i flussi migratori e la regolazione delle nuove tecnologie nel processo e  nell’esecuzione della pena.

Si intravvede, anche in questo campo largo, la possibilità che la magistratura e l’avvocatura possano porre a fattor comune valori convergenti, tensioni ideali di cui si riscopre sempre più l’urgenza indispensabile.

Dunque, la via imboccata, quella della collaborazione e dello sviluppo di una comune cultura della giurisdizione, non è più opzione reversibile. Il ritorno a fratture culturali che parevano insanabili, all’amplificazione di contrapposte parole d’ordine e la riproposizione di falsi miti che hanno segnato decenni della nostra storia, non è più sostenibile.

Questa riscoperta prossimità e intensa collaborazione possono vincere tante paure e forse anche aiutare  il governo autonomo della magistratura nel perseguire uno scopo che già Aldo Sandulli, al principio degli anni Ottanta, assegnava al Consiglio Superiore: tenere per mano la magistratura attraverso l’evoluzione dell’ordinamento “e, evitandone la parcellizzazione, esplorare nuovi mezzi di tutela della sua indipendenza e della sua autonomia”. La sinergia e l’azione congiunta con l’Avvocatura rappresenta, in questo senso, un’autentica stella polare.

Ed è con questi sentimenti ed auspici, che auguro a tutti Voi un buon anno di intenso e appassionato esercizio della bella e nobile professione  forense.

Pubblicato il 09 Febbraio 2018